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Tradimenti e Omicidi nella Nobiltà Partenopea del ‘500 - Il caso di Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa   (a cura di F.Delicato e F. Iervolino)

Napoli è una città magica, per sua natura misteriosa e contraddittoria. Da secoli rappresenta una realtà ricca di arte nobile e popolare, elementi uniti a doppio filo a superstizioni millenarie e tragedie realmente accadute. Nel corso dei secoli in quei vicoli stretti e bui si sono snodate storie piene di mistero e tradimento, che hanno contribuito a donare alla città quell’indiscutibile fascino che la rende unica al mondo. Uno degli eventi che più ha lasciato il segno nella storia della città partenopea è sicuramente il caso del brutale omicidio di Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa. Siamo nell’anno domini 1590 e sulla città di Napoli regnano i vicerè spagnoli. La bellissima Maria D’avalos, appartenente per nascita alla nobilità partenopea, era sposata con Carlo Gesualdo, Principe di Venosa; entrambi estremamente affascinanti e dalle mille qualità, erano riusciti a creare intorno a loro un gruppo che vantava tra i suoi membri insigni musicisti del tempo, tra i quali il cembalista Scipione Stella e il suonatore di viola ad arco Antonio Grifone. Lo stesso principe Carlo, fervente appassionato di musica, amava cimentarsi nelle vesti di musicista e spesso pubblicava sotto pseudonimo madrigali e canzonette. Tutto scorreva sereno nella vita dei due nobili coniugi che ben presto misero al mondo anche il tanto sospirato erede, il principino Emanuele. Ma la felicità della nobile famiglia durò solo qualche anno. Durante un ballo la bella Maria D’Avalos incontrò il 30nne duca d’Andria Fabrizio Carafa, considerato  il cavaliere più bello di tutta Napoli. Immediatamente tra i due nobili nacque una forte attrazione: tra incontri fortuiti e passeggiate romantiche, l’amore tra la bella Maria e il giovane Fabrizio si fortificò giorno dopo giorno, ma, come nel più triste dei romanzi d’amore, il tragico epilogo era già in agguato. Don Giulio Gesualdo, zio di Carlo, da tempo era  fortemente invaghito della moglie di questi ma a nulla erano servite le lusinghe e i regali del vecchio alla giovane: il cuore della bella Maria apparteneva ormai a Fabrizio. Don Giulio, che aveva mal digerito il rifiuto e il disprezzo di Maria, venne a conoscenza della relazione tra la giovane e il conte e informò prontamente il nipote Carlo, che immediatamente iniziò ad indagare. Non riuscendo tuttavia a raccogliere nessuna prova decisiva sulla relazione clandestina della consorte, Carlo decise di trarre un tranello ai due amanti e così un giorno, 16 ottobre, il conte decise di organizzare una finta battuta di caccia agli Astroni, annunciando alla moglie che dopo questa non sarebbe tornato a casa a dormire. Così Carlo finse di partire e si nascose nella dimora di un parente, abbastanza vicina alla sua residenza. Quella sera Maria, approfittando dell’assenza del consorte, era in attesa del suo amante; uscì in balcone in vestaglia, mentre la cameriera si accomodò su una seggiola,in attesa degli ordini della sua signora che le aveva raccomandato di non addormentarsi. Ma il sonno ingannatore colse la giovane servetta all’improvviso ed ella cadde in un sonno profondo, interrotto poco dopo da un improvviso frastuono. La povera servetta si ritrovò innanzi  3 uomini armati, che si introdussero nella stanza della contessa, seguiti dal principe Gesualdo, anch’egli armato, che intimò alla cameriera che avrebbe ucciso anche lei, dopo aver ammazzato la moglie traditrice. Approfittando di un attimo di distrazione del padrone la giovane serva si diresse nella camera del piccolo Emanuele, nascondendosi sotto al letto. Improvvisamente i rumori e il frastuono cessarono e l’unica cosa che si udì fu la voce priva di espressione di Don Carlo il quale, quasi tra sè e sè, disse “tutte e due sono morti”.

omicidiosavalos

Nessuno dei servitori osò entrare nella stanza della contessa sino al mattino successivo fino a  che una zia di Carlo, alcune serve e altre damigelle finalmente ebbero il coraggio di aprire la porta della camera della padrona. Lo spettacolo che si trovarono davanti le sconvolse: la bellissima Maria D’Avalos giaceva nel suo letto in una pozza di sangue con la gola recisa di netto. Poco più in là giaceva il corpo esanime del Duca Fabrizio, anch’egli brutalmente assassinato. Più tardi giunsero sul luogo i giudici inquisitori ai quali il fedele tirapiedi di Carlo Gesualdo  consegnò una chiave, trovata nella giacca del povero duca, che probabilmente l’uomo usava per poter entrare indisturbato nelle stanze dell’amante. Il tirapiedi si premunì di dare al proprio padrone anche un alibi perfetto, tale da escludere ogni coinvolgimento nel brutale omicidio dei due amanti, affermando che il conte aveva cenato alle 21:00 circa nelle sue stanze e poco dopo si era coricato, come sempre. Intanto, in una stanza del castello, furono sistemati i corpi dei due sfortunati amanti su due guanciali neri; la povera Maria presentava numerose ferite da punta al seno, a un fianco, alle mani, a un braccio e un profondo taglio alla gola, forse causa della morte. Fabrizio aveva subito un trattamento peggiore rispetto a Maria in quanto era stato colpito al braccio sinistro da un colpo di archibugio, il cui proiettile si era fermato in pieno petto; altresì presentava una profonda ferita alla testa e varie ferite da punta sul corpo, sulla testa e in viso. Si narra che il Principe e i suoi tirapiedi si fossero accaniti sui corpi dei due sfortunati, lanciandoli dallo scalone del palazzo ed esponendoli allo sguardo di numerosi curiosi, accorsi per assistere al macabro spettacolo. Maria D’Avalos fu sepolta nella Chiesa di San Domenico Maggiore, nella cappella della famiglia Carafa, mentre la salma del bel Fabrizio fu consegnata al gesuita Don Carlo Mastrillo su ordine della vedova Carafa. Le indagini sul duplice delitto furono avviate la mattina stessa del ritrovamento dei cadaveri su ordine del Vicerè ma, trattandosi di personaggi di spicco appartenenti all’alta aristocrazia, si decise di insabbiare il tutto e di archiviare le indagini con la motivazione che l’assassino aveva lavato col sangue l’onta subita dai due amanti traditori, e che con ciò aveva ripristinando il suo onore e quello dell’intero casato (si sospetta anche che il proscioglimento del principe da tutte le accuse fosse stato pagato a peso d’oro). L’archiviazione sommaria del caso D’Avalos-Carafa scatenò l’ira del popolo napoletano contro i Vicerè spagnoli, ma a nulla servì il malcontento popolare: la nobiltà e l’appartenenza all’alta aristocrazia aveva auto la meglio, ancora una volta, sulla giustizia. Il Principe Gesualdo, il 21 febbraio 1594, convolò a nuove nozze con Eleonora D’Este, anch’ella appassionata di musica. Il principe continuò la sua attività di musico e compositore di canzonette e madrigali, circondandosi di famosi musicisti e compositori dell’epoca. Morì l’ 8 settembre 161,  malato e in solitudine, e fu sepolto nella Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli. Più che per l’efferato duplice omicidio di cui si era  macchiato, il Principe Carlo Gesualdo è ricordato per il suo importante contributo alla musica cinquecentesca.

Considerazioni criminologiche e psicologico-forensi sul delitto D’Avalos-Carafa

L’efferato omicidio di Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa è da inquadrare in un certo contesto storico-sociale, nell’ambito del quale la nobiltà deteneva molti privilegi e l’adulterio era visto in primis come un peccato gravissimo, che offendeva l’onore e la dignità di intere famiglie e casate. Teniamo presente che nel nostro paese, fino al 1981, il codice penale prevedeva il cosiddetto “delitto d’onore”, sancito dall’ articolo 587 che recitava : “chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

Dalla lettura del testo si evince che la norma in esame è una pena ben diversa dalle altre fattispecie di reato per omicidio; l’articolo fu poi abrogato con la legge n. 442 del 5 settembre 1981. Non c’è da stupirsi quindi se, molti secoli prima di questa abrogazione, a tali delitti non seguiva una punizione adeguata, anzi, in molti casi,  il processo era molto “sbrigativo”, soprattutto se vi erano coinvolti personaggi della nobiltà.

La vicenda in esame inoltre ci fornisce occasione anche di approfondire il tema degli stati emotivi o passionali per come sono intesi modernamente nel codice penale vigente, nella misura in cui possiamo prendere ad esempio il caso di specie per argomentare. Innanzitutto ricordiamo l’articolo 90 del codice penale, che testualmente recita: “gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità.” Ciò implica che “ in un reato sotteso da una improvvisa emozione o da una passione più o meno lungamente elaborata e sofferta, questi stati propri dell’animo umano sono ininfluenti ai fini dell’applicazione degli art. 88 e 89 c.p. di per sé soli considerati, essi rappresentano, per volontà del legislatore, condizioni psicologiche e non già psicopatologiche dell’essere umano.” (Cit. U. Fornari, Trattato di Psichiatria Forense, ediz. UTET 2007)  

Di conseguenza, a meno che lo stato emotivo o passionale del reo non sia parte integrante di un quadro psicopatologico di cui è sintomatico (ad esempio un delirio di gelosia insoggeto cronico intossicato da alcol o in una condotta emotiva di insufficiente mentale, etc.) tali condizioni non possono in nessun modo escludere né diminuire la capacità di intendere o di volere del soggetto.

 

Fabio Delicato / Francesca Iervolino